Nel dibattito economico, non ancora concluso, successivo alla pubblicazione de Il Capitale di Karl Marx, con la locuzione problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione si fa riferimento alle difficoltà che, secondo alcuni, sorgono nell'analisi marxiana nel passaggio dai valori ai prezzi di produzione delle merci, una volta abbandonata l'ipotesi di costanza della composizione organica del capitale tra settori.

Tale uguaglianza è, in realtà, il risultato della particolare analisi che Marx opera nel I Libro: quello di un'ipotetica società mercantile semplice con l'aggiunta di una classe di estorsori che, però, non sono in relazione tra loro come tali. Tale metodo di analisi - passaggio dall'astratto al concreto mediante lo sviluppo delle contraddizioni del primo - è tradizionale nella teoria marxiana; l'analisi della società mercantile semplice è l'analisi di un solo aspetto del capitalismo: i rapporti tra produttori generici di merci. Solo nel III Libro Marx, sviluppando le contraddizioni del modello precedente (saggi di profitto differenti), giunge all'introduzione del concetto di prezzo di produzione derivato da quello di valore.

L'ipotesi di composizione organica del capitale uniforme per tutte le sfere di produzione non modifica infatti la vendita delle merci ai loro valori, che risultano dalle quantità di lavoro socialmente necessario nelle diverse merci, e i prezzi di produzione, attorno a cui gravitano quelli di mercato sperimentati nelle economie capitalistiche e che sono il risultato della concorrenza esterna ed interna tra capitali, che portano all'uniformità del saggio di profitto tra settori e sono quindi tali da garantire una remunerazione proporzionale al capitale anticipato che è la medesima in tutti i possibili settori di impiego del capitale.

Ma nel modello capitalistico del III Libro tale ipotesi viene abbandonata e la questione dell'esistenza di un ponte che colleghi le categorie di valore e prezzo di produzione ha dato vita in letteratura al problema in oggetto.

Il problema della trasformazione in Marx

Dal Libro I al Libro III del Capitale Nel Libro III del Capitale, Marx analizza il caso più complesso, quello in cui i capitali impiegati nei diversi rami produttivi interagiscono entrando in concorrenza tra di loro; nel modello economico, così, non vi sono solo relazioni da produttori di merci, ma anche tra capitalisti (prezzo di produzione), capitalisti ed operai (salario), imprenditori e banchieri (interesse e guadagno d'imprenditore), capitalisti e proprietari fondiari (rendita).

I soggetti economici percepiscono solo le categorie economiche a loro visibili (prezzi, profitti, salari, ecc.), ma per Marx il capitalismo, essendo una specie del genere di società mercantile, rimane soggetto alle determinanti reali di tale sistema (valori, plusvalori e quantità di lavoro necessario alla riproduzione della forza lavoro). Il capitolo del III Libro sulla trasformazione dei valori in prezzi di produzione tenta di costruire quel collegamento tra i due "mondi" perché le categorie economiche del capitalismo siano derivate da quelle dell'economia mercantile generale: la concorrenza tra capitali e il prezzo di produzione non possono, secondo Marx, dominare la legge del valore. Anzi, ne sono a loro volta dominati; inoltre è convinzione di Marx che il valore non possa essere creato nell'ambito della circolazione e che la competizione non possa dunque alterare il complessivo valore creato nell'ambito del processo produttivo, ma tutt'al più redistribuirlo, o, per dirla con le sue stesse parole, «le condizioni dell'immediato sfruttamento e quelle per la sua realizzazione non sono le stesse».

Valori e prezzi di produzione In questo nuovo contesto scopriamo dunque che i rapporti di scambio tra le merci, così come appaiono alla superficie, non sembrano ruotare attorno alle quantità di lavoro socialmente necessario alla loro produzione, essendo le merci scambiate non come "semplici merci" prodotto del lavoro di produttori indipendenti, ma come "prodotti del capitale".

Ciò dà luogo a una complicazione teorica. Infatti, essendo il capitalismo un sistema guidato dal profitto ed essendo quindi tutti i capitali alla ricerca del massimo rendimento possibile in un determinato momento, ciò determina una tendenza all'eguaglianza del saggio generale del profitto sia all'interno dei singoli settori, per effetto della cosiddetta concorrenza interna (che Marx affronta con la Teoria del lavoro socialmente necessario), sia tra i diversi settori per effetto della cosiddetta concorrenza esterna (che Marx affronterà con la sua Teoria del prezzo di produzione).

Per Marx il saggio di profitto, r, è dato dal rapporto tra plusvalore, Pv, e capitale anticipato, costituito dalla somma di capitale costante, C, e capitale variabile, V, cioè il monte salari; in simboli:

(1)

Marx definisce C/V composizione organica del capitale e Pv/V saggio di sfruttamento della manodopera.

Ora, in ciascun ramo produttivo (ad esempio quello della manifattura tessile), la tendenza all'uguaglianza del saggio di profitto può avvenire a seguito dell'adozione pressoché generalizzata delle tecniche di produzione più efficienti tra quelle disponibili, che portano all'uniformità delle composizioni organiche dei capitali impiegati. Considerati quindi di per sé i settori e astraendo dalla concorrenza fra capitali di altri settori, questa uniformità tendenziale della composizione organica garantirebbe la formazione di prezzi di vendita tendenti effettivamente al valore.

Al contrario se introduciamo nell'analisi la relazione e la concorrenza tra le diverse branche (ad esempio il tessile e il settore estrattivo, la manifattura e il business delle scommesse, ecc.), le tecniche di produzione non possono che essere differenti, e dunque diversi saranno i livelli di produttività e le composizioni organiche dei capitali. Ciononostante i saggi di profitto tenderanno ad uniformarsi a seguito della concorrenza esterna dei capitali. Tale uguaglianza tuttavia non può essere il risultato del livellamento delle composizioni organiche dei capitali anticipati, data la diversità delle tecniche di produzione di fatto impiegate.

Analizzando l'equazione precedente potrebbe ipotizzarsi un cambiamento nei saggi di sfruttamento settoriali (Pv/V) tali da compensare le diverse composizioni organiche (C/V). Tuttavia, osserva Marx, ciò non è possibile: in questo consiste la contraddizione del modello del I Libro, l'ipotesi di parassiti che estorgono plusvalore dagli operai della loro fabbrica ma che non sono in relazione di produzione tra loro. Infatti, data la tendenza di ciascuna impresa, indipendentemente dalla composizione del capitale e dalla branca di appartenenza, all'applicazione del massimo sfruttamento possibile dei fattori di produzione nonché alla libertà (totale e illimitata, nel modello marxiano) di investimento e concorrenza, tale rapporto non può modificarsi nel senso supposto, cioè tale da garantire l'uniformità dei saggi di profitto delle diverse branche.

Ciononostante un saggio di profitto uguale tra i diversi settori deve esserci. Infatti, laddove si ipotizzassero rendimenti differenti per i capitali impiegati nei diversi settori, i capitalisti tenderebbero ad impiegare i loro capitali nei settori in cui vi fosse l'aspettativa di un più elevato rendimento, facendo così migrare i capitali dai rami produttivi meno redditizi verso quelli che assicurassero il maggior saggio del profitto. E tale movimento non si arresterebbe fino a quando vi fosse un differenziale nei saggi.

Tuttavia, nota Marx, tutto ciò è incompatibile con i rapporti di scambio proporzionali al lavoro contenuto. Infatti, mentre il plusvalore è proporzionale al capitale variabile (il rapporto tra i due essendo il saggio di sfruttamento (Pv/V), tendenzialmente uniforme tra i vari rami produttivi per quanto detto sopra), ciò che conta dal punto di vista dei capitalisti è il saggio del profitto, e in tale saggio l'utile realizzato è rapportato, non alla sola componente variabile del capitale (V), ma alla totalità del capitale investito (C + V). Esso è il fattore che attira o respinge i capitale verso una determinata branca produttiva.

Marx chiama dunque prezzi di produzione (PP) quei prezzi in grado di assicurare l'uguaglianza tra i saggi di profitto nei vari rami produttivi e osserva come, in un sistema capitalistico, i rapporti di scambio debbano necessariamente ruotare attorno a tali grandezze, e non ai valori, pur essendo da essi derivati.

La trasformazione dei valori in prezzi di produzione Marx illustra quindi quello che egli chiama il processo di trasformazione, il ponte che collega il concetto di valore a quello di prezzo di produzione.

Marx utilizza un metodo particolare per spiegare il concetto: in una tabella parte dai valori settoriali di C, V e Pv, sommandoli per ottenere l'aggregato di tali grandezze per l'intero sistema economico. Il saggio generale (o medio) di profitto viene poi determinato applicando la formula (1) a tali aggregati, al capitale sociale complessivo.

Una volta conosciuto il saggio generale di profitto, i prezzi di produzione di ciascun ramo produttivo per Marx possono essere determinati come segue:

(2)

ove r è il saggio medio di profitto del sistema economico, e PP, C e V sono rispettivamente i prezzi di produzione, il capitale costante e il capitale variabile del settore di riferimento.

Nella (1), sulla base dell'uniformità del tasso di sfruttamento della manodopera nei diversi settori, il plusvalore (Pv) è proporzionale alla forza lavoro impiegata e quindi al capitale variabile (V). Nella (2) il profitto, dato da r(C + V), è proporzionale all'intero capitale impiegato, in quanto corrisponde al prodotto tra il saggio medio del profitto e tale capitale. Quindi il valore (W) coinciderebbe con il prezzo di produzione (PP) solo nella particolare circostanza in cui le composizioni organiche del capitale nelle diverse industrie (i rapporti C/V) fossero identiche tra di loro. Poiché tale coincidenza non si verifica che per puro caso, in generale il valore differisce dal prezzo di produzione.

Tuttavia, secondo Marx, i prezzi di produzione sono solo una derivazione dei valori e non contraddicono in alcun modo la sua teoria del valore.

L'ultimo membro della (2) ci dice inoltre che i prezzi di produzione sono proporzionali al capitale impiegato, confermando il fatto che «le merci sono scambiate come prodotto del capitale» e determinando la percezione da parte degli agenti economici che il valore scaturisca dal capitale. Questo costituisce un approfondimento del solco tra l'essenza e l'apparenza dei fenomeni.

La concorrenza tra i capitali, cioè il movimento secondo cui i capitali migrano da un'industria all'altra alla ricerca del massimo profitto, modificando conseguentemente le quantità offerte delle singole merci, assicura che i prezzi di mercato gravitino attorno ai prezzi di produzione. Più precisamente, migrando i capitali verso i rami produttivi più redditizi, si determina: l'aumento delle merci offerte nelle industrie che hanno un saggio di profitto superiore a quello medio; la diminuzione di quelle offerte nei settori in cui il saggio particolare è inferiore a quello medio. Tutto questo comporta, per la legge della domanda e dell'offerta, la diminuzione del prezzo delle prime e l'aumento di quello delle seconde. Tale movimento prosegue fino a quando i capitalisti riterranno vantaggioso spostare i loro capitali da un'industria all'altra, cioè fino a che riterranno non significative le differenze tra i saggi di profitto.