Il dialetto piacentino (nome nativo dialëtt piaśinteinOrtografia Piacentina Unificata, urbana: , extraurbana centro-occidentale: , appenninica: , extraurbana nordoccidentale: o ) è un dialetto della lingua emiliana, appartenente al gruppo linguistico gallo-italico, parlato in Italia nella provincia di Piacenza.

Presenta tratti di continuità con la lingua lombarda (soprattutto nel lessico e in diverse espressioni idiomatiche), pur evidenziando analogie con quella piemonteseIl dialetto piacentino, Leopoldo Cerri, Tipografia Solari, Piacenza, 1910, pag. 1Vocabolario etimologico e comparato dei dialetti dell'Emilia-Romagna, Eugenio Magri, Maria Luisa Vianelli e Roberta Calzolari, Nicola Calabria Editore, Patti (ME), 2009, pag. 75Ieri in Emilia-Romagna, dialetti, tradizioni, curiosità, Giuseppe Pittano, Nadia Zerbinati, Anniballi Edizioni, Bologna, 1984, pag. 11 e differisce dai dialetti dell'emiliano, fatta eccezione per il parmigiano, per quanto riguarda la pronunciaVocabolario etimologico e comparato dei dialetti dell'Emilia-Romagna, Eugenio Magri, Maria Luisa Vianelli e Roberta Calzolari, Nicola Calabria Editore, Patti (ME), 2009, pag. 35; molteplici sono inoltre i tratti liguri che contraddistinguono le varietà dell'Appennino piacentino, parte dei quali raggiungono debolmente Piacenza. I secolari rapporti intrattenuti dalla città e dal suo circondario con Milano sono all'origine di caratteristiche lombarde, tanto che occasionalmente la provincia piacentina viene inclusa nell'area lombardofona. Tuttavia, fin dalla classificazione di Bernardino Biondelli del 1853 è annoverato fra le varietà di tipo emiliano nonostante i tanti caratteri lombardi.

Diffusione e varianti Il piacentino propriamente detto, con qualche variazione foneticaGuido Tammi ed Ernesto Cremona, Corso di dialetto piacentino, ed. Banca di Piacenza, Piacenza, 1974, pag. 5 (legata alla pronuncia delle vocali)Guido Tammi in "Il dialetto", Panorami di Piacenza (a cura di Emilio Nasalli Rocca), Tip. Leg. Scuola Artigiana del Libro, Piacenza, 1955, pag. 265, è parlato nella città di Piacenza, in Val Nure approssimativamente fino a Ponte dell'Olio incluso, in Val Trebbia approssimativamente fino a Travo incluso, nei comuni di Carpaneto Piacentino e Cadeo. Suo connotato precipuo è la presenza dei dittonghi fonologici ëi (/əi/), generalmente scritto per convenzione <ein> e <eim> (bëi, vëi, lëi, mëit, tëip, trascritti anche bein, vein, lein, meint, teimp per bene, vino, lino mente, tempo) ói (/oi/), convenzionalmente reso con <öin> nelle forme scritte (vói, cumói, avtói, ansói, trascritti anche vöin, cumöin, avtöin, ansöin per uno, comune, autunno, nessuno) formatisi in sostituzione di una consonante nasale scomparsa. Essi caratterizzano appunto il parlato diffuso dalla città fino alle colline a sud di essa, per spingersi anche a occidente, fino al confine con la provincia di Pavia. In base a questo tratto vi si associano appunto la pianura piacentina a ovest della Trebbia, la Val Tidone e la tributaria Val Luretta, sebbene in tale area si registri qualche ulteriore cambiamento fonetico. Nel settore occidentale della provincia piacentina è infatti assente la palatalizzazione di A tonica latina in sillaba libera ( oppure ) tipica del piacentino centrale (si hanno andà, mar, sal e taś śu invece di andä, mär, säl e täś śu per andare, mare/madre, sale e tacere). Inoltre si segnalano mi, ti, chì e atsì invece di me, te, ché e atsé; sü e pü invece di sö e pö; picëi, pëi e deficiëit (scritti però per convenzione picein, pein e deficeint) invece di picin, pin e deficint.

In Val d'Arda e nella Bassa Piacentina il dialetto è comunque da ritenersi collegato al piacentino anche se presenta proprie particolarità, sia lessicali che fonetiche influenzate dalla prossimità con le parlate cremonesi, lodigiane e parmensi (ven e delinquent invece di vëi e delinquëit; picen, pien e deficent invece di picin, pin e deficint; andà invece di andä; nella Bassa anche: cald e giald invece di cäd e giäd; sütà invece di siguitä; tragnèra invece di carpìa). In alcuni comuni della pianura nord-orientale come Monticelli d'Ongina e Castelvetro Piacentino sfuma nel dialetto cremonese.

In alcuni dialetti della provincia di Parma, parlati in comuni confinanti con quella di Piacenza quali Fidenza e Salsomaggiore Terme, si rintracciano forti legami con il piacentino. Lo stesso avviene nel Basso Lodigiano dove a San Rocco al Porto, Caselle Landi e Guardamiglio, vicinissimi alla città di Piacenza, la parlata non si discosta eccessivamente da quella qui analizzata, almeno non più di quanto non lo sia quella della Bassa Pianura piacentina.

Varietà orientali Una della caratteristiche più evidenti delle varietà in uso a Fiorenzuola d'Arda e in Val d'Arda è l'assenza della palatalizzazione di a tonica in sillaba aperta (sal invece di säl) che caratterizza il dialetto di Piacenza e della parte centrale della provincia fino alle colline di Val Trebbia e Val Nure. La palatalizzazione, con varie sfumature, fu tuttavia osservata in alcune frazioni di Fiorenzuola d'Arda, ma svanisce nel capoluogo comunale, ad Alseno, Cortemaggiore, Besenzone e negli altri comuni della Bassa padana piacentina (Caorso, San Pietro in Cerro, Monticelli d'Ongina, Castelvetro Piacentino e Villanova sull'Arda) e a Fontana Fredda, frazione di Cadeo. È stata descritta in passato come a leggermente palatalizzata quella di Castell'Arquato, mentre Lugagnano Val d'Arda, Vernasca e Morfasso sono in linea con i centri della pianura per quanto riguarda l'assenza di palatalizzazione della a tonica. Si hanno così rava e cantà al posto di räva e cantä.

Altro tratto distintivo che emerge a Fiorenzuola d'Arda e Cortemaggiore sotto l'aspetto del vocalismo, avvicinando le varietà di questi paesi a quella del centro di Piacenza, è l'assenza dello scevà - una E neutra - (/ə/) e della Ö turbata (/ø/), che sono state entrambe sostituite da O chiusa (/o/).

La zona orientale del Piacentino si distingue anche per quanto riguarda la nasalizzazione delle vocali toniche che eliminano i dittonghi: come in parmigiano si hanno dent e ben accanto a von e non invece di dëit e bëi e vói e nói delle restanti varietà piacentine centro-occidentali (scritti però deint, bein, vöin, nöin con -n finali e dieresi utilizzate solo per mera convenzione ortografica in questi dittonghi). A Cortemaggiore, inoltre, si ha un dileguo di n, ossia un'assimilazione della nasale dentale alla parte precedente velare negli esiti in –ẽa: galẽa, cantẽa (galena, cantena) –õa: furtõa, lõa (furtona, lona) –ãa: lãa, tãa (lana, tana) analogamente a quanto avviene a Busseto (provincia di Parma).

Fiorenzuola d'Arda, Bassa padana piacentina e Val d'Arda seguono poi il resto delle varietà piacentine nella caduta della R finale degli infiniti verbali a differenza di quelle parmensi ed emiliane in genere che hanno terminazione in -RMario Casella, Studi sui dialetti della Valdarda. Fonologia del dialetto di Fiorenzuola, Unione tipografica cooperativa, Perugia, 1922.

L'Appennino Le varianti piacentine non coprono l'intero territorio della provincia di Piacenza e si arrestano prima del confine con quella di Genova: le alte valli appenniniche sono infatti interessate da forme di transizione tra emiliano e ligure o da dialetti liguri.

Numerosi tratti liguri si rintracciano dunque nel Piacentino in Val d'Arda in parte del comune di Morfasso, in Val Nure nei comuni di Farini e Ferriere (ma con propaggini fino al comune di Bettola), in Val d'Aveto e in parte della Val Trebbia (parte dei comuni di Coli e Corte Brugnatella). Ciò emerge da un punto di vista lessicale: malä in piacentino, marottu in alcune zone dell'alta Val Nure per ammalato fonetico: desinenza in -ó (-') nel participio passato della prima coniugazione (cantó invece di cantä o cantà); rotacismo di L in R anche dove assente in piacentino (einsarata invece di insalata) morfologico: mantenimento di vocali finali diverse da a come nel comune di Morfasso câdu invece di cäd; gat in piacentino e pure gat a Ferriere, ma gattu nelle frazioni di Ferriere e in altri centri montani di Val Nure, Val Trebbia, Val d'Aveto e Val d'Arda; articolo determinativo maschile singolare u invece di al, mentre a Bobbio u e ar.

Tuttavia, è a sud di Bobbio che si entra in un'area linguisticamente ligure. L'alta Val Trebbia e le valli tributarie, zona che ha subito un forte spopolamento nel XX secolo, presentano dialetti liguri di tipo genovese caratteristici della montagna e con tratti comuni alle parlate della Val Graveglia genovese. I comuni interessati sono quelli di Ottone, Zerba e Cerignale dove sono presenti a livello fonetico diversi elementi arcaici del genovese ruraleLotte Zörner, L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Alessandria, 1992, pagg. 79-175. In particolare è Zerba ad avere mantenuto alcune proprietà più arcaiche del ligure di montagnaLotte Zörner, L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Alessandria, 1992, pag. 115.

La zona presenta comunque alcune caratteristiche comuni al piacentino e agli altri idiomi della Pianura padana, che non hanno però tolto validità all'ipotesi di attribuire al gruppo ligure i dialetti di Ottone, Zerba e Cerignale. Ciò si riscontra: nell'assenza della palatalizzazione dei nessi latini PL, BL e FL: piasa, biancu e fiuru come nel piacentino piasa, bianc e fiur e differentemente dal genovese ciasa, giancu e sciù; nell'assenza delle vocali lunghe e brevi del genovese; nei pronomi dimostrativi cul e cust come in piacentino e diversamente dal genovese quest e quel; nel pronome personale tonico di terza persona maschile lü a Ottone come in piacentino (rimane lé, identico al femminile come nel genovese, a Cerignale e in alcune frazioni di Ottone); nella presenza di tre coniugazioni verbali come in piacentino (solo all'infinito esiste una quarta) contro le quattro del ligure; a Cerignale nell'adozione della palatalizzazione di A tonica in sillaba libera tipica del piacentino centrale, sebbene non sia presente in altri dialetti piacentini confinanti, quali quelli delle frazioni di Bobbio: schéra, réva, ciamé analogamente al piacentino schèla, rèva, ciamè e differentemente dal ligure sca-a (genovese) o scara, rava, ciamà. Infine, sul settore nominale si nota un certo orientamento verso il piacentinoLotte Zörner, L'ottonese: un dialetto ligure, in: Studi linguistici sull'anfizona ligure-padana, Alessandria, 1992, pagg. 115-116, 137, 174-175.

Bobbio

Nella fascia di alta collina e montagna anche Bobbio ha sviluppato un dialetto (ar dialèt bubièiś) del tutto peculiare, che si estende alla parte più settentrionale del comune di Corte Brugnatella e a gran parte di quello di Coli.

Detta varietà si contraddistingue per la compresenza di elementi genericamente emiliani e più specificatamente di area piacentino-pavese, lombardo occidentali, piemontesi e liguri. Sul fronte della fonetica mantiene la palatalizzazione emiliana di a tonica in sillaba aperta tipica del piacentino parlato nella parte centrale della provincia fino alla fascia collinare (parlä, bräg), ma solo nella variante del capoluogo comunale. Segue i dialetti dell'Appennino piacentino nella realizzazione in /ø/ da o breve latina quando nei restanti dialetti della provincia è /ɔ/ (öc’ e śnöc’ invece di òc’ e śnòc’) e di /ø/ da o lunga latina in sillaba aperta dove altrove è /ɔ/ (bröd e scöra invece di bròd e scòla).