Biografia Era il figlio di Rodolfo Calamandrei, professore universitario di sentimenti mazziniani e deputato radicale dal 1909 al 1910, e di Laudomia Pimpinelli.
Origini e formazione Dopo aver ottenuto la maturità classica presso il Liceo Michelangiolo di Firenze, fu allievo del giurista Carlo Lessona. e si laureò in giurisprudenza all'Università di Pisa nel 1912. Si trasferì quindi a Roma, dove dal dicembre 1914 iniziò a frequentare Giuseppe Chiovenda e partecipò a vari concorsi universitari, finché nel 1915 fu nominato professore di procedura civile all'Università di Messina.
Interventista, prese parte alla prima guerra mondiale come volontario con il grado di sottotenente di complemento nel 218º reggimento di fanteria. Ebbe l'onore di entrare a Trento il 3 Novembre 1918 alla testa delle truppe italiane, insieme agli ufficiali Ciarlantini, Giunta, Paoletti, Spanu.
Ne uscì col grado di capitano, e lasciò il Regio esercito nel 1919 per proseguire la propria carriera accademica. .
Nel 1918 fu chiamato all'Università di Modena, per poi passare a quella di Siena diventandone ordinario nel 1919 in seguito alla morte di Lessona.. Della commissione incaricata a valutarne le capacità faceva parte il giurista Alfredo Rocco. Infine, nel 1924, scelse di passare alla nuova facoltà giuridica di Firenze, dove ha tenuto fino alla morte la cattedra di diritto processuale civile.
Il ventennio fascista e l'attività di giurista Quando nel 1924 fu istituita la Commissione per la riforma dei codici, Calamandrei fu inserito nella sottocommissione incaricata di riformare il codice di procedura penale.. La commissione terminò il proprio compito nel 1926, ma le proposte rimasero sulla carta.
Partecipò, insieme a Dino Vannucci, Ernesto Rossi, Carlo Rosselli e Nello Rosselli alla formazione di Italia libera, un gruppo clandestino di ispirazione repubblicana e antifascista. Dopo il delitto Matteotti entrò a far parte del movimento Unione Nazionale, un partito liberale e antifascista fondato da Giovanni Amendola, entrando nel consiglio direttivo. Nel 1925 sottoscrisse il Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce. Durante il ventennio fascista fu uno dei pochissimi professori e avvocati a non chiedere la tessera del Partito Nazionale FascistaDell'intero Ordine degli avvocati di Firenze, solo tre iscritti non chiesero la tessera del partito fascista: oltre allo stesso Calamandrei, Adone Zoli e Ugo Feri. e collaborò con la testata Non Mollare. Nel 1931, per mantenere la cattedra universitaria, giurò fedeltà al regime fascista. Calamandrei firmò perché considerava l'insegnamento "il suo posto di combattimento", ma quella sottomissione gli costerà "l'animo straziato".
Negli anni seguenti vi furono altri tentativi da parte dei ministri Pietro De Francisci prima e del nuovo ministro Arrigo Solmi di riformare i codici ma non ebbero sviluppo pratico. Nel 1939 divenne nuovo ministro di Grazia e Giustizia il bolognese Dino Grandi che riprese in mano l'idea di riformare i codici. Grandi affidò subito l'incarico al magistrato Leopoldo Conforti e decise inoltre di coinvolgere in maniera diretta i più importanti studiosi di procedura civile dell'epoca che erano Enrico Redenti, Francesco Carnelutti e Calamandrei. Il 16 ottobre 1939 il ministro Grandi in un celebre discorso indicò quali fossero le linee in base alle quali avrebbe dovuto svolgersi la riforma dei codici poi tramite il suo capo gabinetto richiese il parere dello stesso Calamandrei il quale svolse una relazione prettamente tecnica mentre il 13 novembre tutti e tre i giuristi furono invitati ad esprimere il proprio parere sul precedente lavoro di riforma effettuato da Conforti. Calamandrei fu poi invitato insieme a Carnelutti e Redenti ad una riunione insieme con il ministro Grandi che si tenne tra il 18 e il 21 dicembre.
Nel corso del 1940 Grandi, nel frattempo diventato Presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, decise di privilegiare il rapporto con lo stesso Calamandrei che convocò il 26 aprile 1940.. In questa occasione, come lo stesso Calamandrei annotò sul proprio diario, Grandi gli riferì di un colloquio avuto con Mussolini in cui gli aveva detto che dei tre giuristi coinvolti nel progetto "il più fascista è il non fascista Calamandrei", Calamandrei perplesso domandò "Tutto sta a vedere che significato Lei dà alla parola fascista", ma Grandi lo tranquillizzò replicando "In senso buono" allora Calamandrei rispose "Allora me ne compiaccio". All'inizio della seconda guerra mondiale Calamandrei fu richiamato al fronte ma ottenne una dispensa per intervento di Grandi che lo aveva incaricato nel frattempo di svolgere l'ultima revisione del codice di procedura civile.
Nella relazione preparata per il Re, Calamandrei espose come nel nuovo codice di procedura civile fossero presenti i principi legislativi cui si erano ispirati e come le più importanti innovazioni di quei principi avessero trovato attuazione. Calamandrei indicò tra le proprie fonte di ispirazione il giurista Giuseppe Chiovenda. Il nuovo codice di procedura civile fu promulgato il 28 ottobre 1940 ed entrò in vigore il 21 aprile 1942. Per il proprio lavoro fu decorato dal ministro Grandi con le insegne di cavaliere di Gran Croce.. Il codice di procedura civile emanato nel 1942 è in parte ancora in vigore in Italia. Nel 1941 il "Centro di studi giuridici" lo coinvolse nel progetto di pubblicare cinque volumi sul pensiero giuridico italiano e il suo intervento intitolato "Gli studi di diritto processuale civile in Italia nel Ventennio fascista" fu inserito nel primo volume della collana.
Calamandrei partecipò anche ai lavori preparatori per il nuovo codice civile di cui partecipò attivamente alla stesura del VI libro. Si dimise da professore universitario per non sottoscrivere una lettera di sottomissione al duce che gli venne chiesta dal rettore del tempo.
I lavori per il nuovo codice di procedura civile
Secondo lo stesso Calamandrei, nel nuovo codice di procedura civile, approvato con R.d. del 28 ottobre 1940, trovano formulazione legislativa gli insegnamenti fondamentali della scuola di Giuseppe Chiovenda. Alessandro Galante Garrone (Calamandrei, Garzanti, 1987) sottolineò che la relazione del Guardasigilli al Re è opera di Calamandrei. Dopo l'entrata in vigore del codice, Conforti in alcuni scritti giuridici e lo stesso Grandi nel suo epistolario con Calamandrei affermarono di essersi richiamati all'insegnamento di Giuseppe Chiovenda.
Secondo studi più recenti (vedi a proposito Piero Calamandrei e la procedura civile, miti leggende interpretazione documenti di Franco Cipriani, Edizioni Scientifiche Italiane 2007), il codice di procedura civile non aveva nulla di "chiovendiano" (Calamandrei, seppur lo frequentò, secondo alcuni sarebbe stato addirittura avversario di Chiovenda), poiché era un codice autoritario, tipico frutto di un regime liberticida. Autoritario soprattutto per quanto riguarda l'autorità del giudice, concetto dietro cui si nascondeva il forte autoritarismo e l'inquisitorietà della figura del magistrato nella conduzione del processo (in particolare in fatto di ammissione delle prove), che riprendeva con pochissime modifiche il progetto definitivo Solmi del 1939. Da guardasigilli, lo storico del diritto Arrigo Solmi aveva portato avanti i lavori sul codice di procedura civile avvalendosi di una commissione cui l'unico membro proveniente dal mondo accademico era Redenti. In pratica i lavori furono portati avanti senza l'ausilio della dottrina, che rispose in maniera molto critica alle opzioni autoritarie insite in quella bozza.
Ad esempio lo stesso Calamandrei fu molto critico rispetto ad essa, ma solo sul piano tecnico, sapendo di non poter contrastare il fascismo sul piano dei principi. Grandi, che succedette a Solmi nel 1939 ed era un fine politico, si avvalse principalmente dell'apporto di Calamandrei, Carnelutti e Redenti, ossia gli esponenti più autorevoli della scienza processual-civilistica del tempo. Sempre secondo Cipriani vedi anche Franco Cipriani, Il codice di procedura civile tra gerarchi e processualisti, Edizioni Scientifiche Italiane, 1992., Calamandrei sarebbe stato l'unico ad accettare di buon grado la collaborazione, probabilmente pensando che fosse l'unico modo per influire sul nuovo codice e arginare le tendenze autoritarie che Grandi, avendo l'obiettivo di rielaborare con poche modifiche il progetto definitivo Solmi, stava imprimendo alla riforma. Calamandrei tentò di prendere in mano l'operazione con sottili proposte tese a neutralizzare l'autoritarismo del codice, ma con risultati marginali. Ad esempio, in occasione della revisione finale dell'articolato riuscì a inserire nel codice, sotto forma di articoli e di rubriche di articoli, alcuni istituti enucleati dal Chiovenda e alcuni brani presi di peso dai Principii di Chiovenda. A quel punto, provò a creare una base ideologica per il codice nella relazione al Re, puntando sui principi di Chiovenda (quest'ultimo, evento unico, è citato ben sette volte nella relazione al re, mentre sono spariti i riferimenti a Lodovico Mortara, probabilmente espunti dallo stesso Grandi), in verità del tutto assenti nel codice, o inserendo idee che in realtà non erano state accolte nel nuovo testo.
La tesi secondo la quale il codice di procedura civile sarebbe stato un codice "chiovendiano" riuscì a influenzare tutta la dottrina successiva, fino ai giorni nostri. Tant'è che la "novella" con cui nel 1950 il codice fu in parte allineato su principi del testo previgente fu accolta dai processualisti vicini a Calamandrei come una vera e propria "controriforma". In realtà alle modifiche introdotte nel 1950 contribuì lo stesso Calamandrei. Nel 1947 in quanto membro dell'Assemblea costituente egli fu chiamato a far parte del comitato consultivo per l'esame del disegno di legge originario, il pdl n. 7 del 27 febbraio 1947 (noto come "Gullo-Pellegrini"). E nel 1949, come componente della commissione Giustizia della Camera dei Deputati (sedute del 26 ottobre e 22-25 novembre) presentò numerosi emendamenti, alcuni dei quali approvati, al disegno di legge di ratifica del decreto legislativo 5 maggio 1948 n. 483, messo a punto dal ministero della Giustizia sulla base delle proposte del comitato.
La seconda guerra mondiale
Contrario all'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale a fianco della Germania, nel 1941 aderì al movimento Giustizia e Libertà. e un anno dopo fu tra i fondatori del Partito d'Azione insieme a Ferruccio Parri, Ugo La Malfa e altri. In questo periodo (1939-1945) tenne un diario, pubblicato nel 1982.
Nel maggio 1943 Calamandrei - accusato di disfattismo da un suo collega appena rientrato dal fronte - fu convocato in questura per un interrogatorio. Calamandrei negò gli addebiti e interessò del fatto il nuovo ministro di Grazia e Giustizia Alfredo De Marsico, che gli garantì protezioneAlfredo De Marsico "nelle sue memorie gli rimproverò di non aver poi testimoniato in suo favore dopo la caduta del fascismo": così Antonio Carioti, Calamandrei e quel codice del Ventennio (Corriere della Sera, 26 gennaio 2006), secondo cui nell'elaborazione del codice "tutti i giuristi furono cooptati dal regime. E lo stesso Calamandrei all'epoca si sentiva più afascista che antifascista. Tanto che poi il figlio Franco gli rimproverò il suo atteggiamento passivo durante il Ventennio". presso lo stesso Mussolini. Lo stesso Arrigo Serpieri, rettore dell'Università di Firenze, il 17 maggio inviò anch'esso una lettera al ministero dell'educazione nazionale, invitando il Ministro a non prendere decisioni affrettate nel caso relativo a Calamandrei..