Operazione Tempesta Invernale (in tedesco: Unternehmen Wintergewitter) era il nome in codice assegnato dalla Wehrmacht alla controffensiva sferrata sul fronte orientale nel dicembre 1942 dal Gruppo d'armate Don, al comando del feldmaresciallo Erich von Manstein, per andare in soccorso della 6. Armee, rimasta accerchiata in una grande sacca tra il Don e il Volga a seguito della riuscita controffensiva sovietica di metà novembre.

La controffensiva ebbe inizio il 12 dicembre 1942: inizialmente raggiunse alcuni successi e le Panzer-Division di rinforzo, dopo aspri combattimenti contro le forze corazzate sovietiche nel rigido clima invernale, giunsero fino a circa 50 km dal perimetro della sacca di Stalingrado. Tuttavia, l'operazione si concluse con un totale fallimento strategico a causa dell'insufficienza dei mezzi a disposizione dei tedeschi, dell'afflusso di ingenti riserve meccanizzate dell'Armata Rossa e degli sviluppi catastrofici per l'Asse della situazione generale nel teatro meridionale del fronte orientale dopo lo sfondamento sovietico nell'area del medio corso del Don e il crollo dell'Armata italiana in Russia.

Il fallimento della controffensiva tedesca segnò definitivamente le sorti della 6. Armee ormai completamente isolata e indebolita dalla mancanza di adeguati rifornimenti; le esauste formazioni sopravvissute vennero distrutte dopo un'ulteriore offensiva sovietica, che si concluse il 2 febbraio 1943 segnando la fine definitiva della battaglia di Stalingrado.

Situazione strategica

Le decisioni di Hitler

La battaglia di Stalingrado, in corso dall'estate 1942 sul fronte orientale, aveva avuto una svolta decisiva a partire dal 19 novembre 1942 con l'inizio dell'operazione Urano, la grande controffensiva a tenaglia dell'Armata Rossa che si era conclusa in pochi giorni con la distruzione di gran parte delle truppe rumene schierate a fianco dei tedeschi e con l'accerchiamento completo, il 23 novembre 1942, della potente 6. Armee che da agosto era impegnata in sfibranti combattimenti tra le rovine della città.. Le truppe tedesche accerchiate erano rimase ferme all'interno di una grande sacca, completamente isolate dal resto dello schieramento della Wehrmacht.

La decisione di Adolf Hitler di non concedere libertà d'azione al generale Friedrich Paulus, comandante della 6. Armee, e anzi di ordinargli di mantenere il fronte sul Volga, organizzare una difesa in tutte le direzioni e attendere aiuto dall'esterno, era maturata ancor prima dell'effettivo verificarsi dell'accerchiamento: già il pomeriggio del 21 novembre, infatti, il Führer aveva ordinato sia al generale Maximilian von Weichs, comandante dell'Heeresgruppe B, sia al generale Paulus di rimanere sulle posizioni nonostante il pericolo di quello che credeva fosse solo un temporaneo accerchiamento..

Il giorno precedente aveva avuto un primo colloquio al Berghof di Berchtesgaden, dove al momento risiedeva, con il generale Hans Jeschonnek, capo di stato maggiore della Luftwaffe, che probabilmente diede qualche ottimistica assicurazione sulla fattibilità di un ponte aereo per rifornire le truppe eventualmente accerchiate. Sempre il 21 novembre Hitler richiamò anche dal fronte di Leningrado il celebre feldmaresciallo Erich von Manstein per assegnargli il comando di un nuovo Gruppo d'armate schierato sul Don, con l'incarico di ristabilire la situazione nell'area del Don e del Volga.

Tale decisione conferma che Hitler, invece di pensare a una ritirata, contava di ribaltare la situazione e ottenere un nuovo successo.. Lo stesso giorno il dittatore ebbe un colloquio telefonico con Hermann Göring che, il 22, si recò personalmente all'Obersalzberg; sembra verosimile che in queste occasioni egli, con la sua consueta leggerezza, possa aver dato ulteriori assicurazioni al Führer sulla fattibilità del ponte aereo. Il 23 novembre, il giorno della chiusura effettiva della sacca, Hitler ripartì in treno dall'Obersalzberg diretto al suo quartier generale di Rastenburg in Prussia Orientale, ma durante il viaggio mantenne contatti telefonici con il generale Kurt Zeitzler, capo di stato maggiore generale dell'esercito, confermando tutti gli ordini impartiti alla 6. Armee e al Gruppo d'armate B e, anzi, di includere nel perimetro difensivo alcuni aeroporti, principalmente quelli di Gumrak e Pitomnik, utili per un ponte aereo..

Nonostante i ripetuti appelli del generale Paulus, sostenuti sia dal generale Maximilian von Weichs che dal generale Wolfram von Richthofen, comandante della Luftflotte 4, che manifestò forti dubbi sulla fattibilità di un rifornimento prolungato delle truppe per via aerea., Hitler rimase irremovibile. Giunto a Rastenburg la sera del 24 novembre, prese la decisione definitiva, dopo un nuovo contrasto con il generale Zeitzler, e diramò alla 6ª Armata il suo Führerbefehl, l'ordine tassativo con cui riconfermava di nuovo la decisione di non abbandonare Stalingrado, di prepararsi al ponte aereo e di costituire un nuovo raggruppamento strategico con l'afflusso di riserve, per sferrare una controffensiva e liberare le truppe accerchiate..

Paulus, dopo alcuni contrasti con i suoi subordinati, in particolare con il generale Walther von Seydlitz-Kurzbach, decise di ubbidire agli ordini di Hitler: la 6ª Armata rimase quindi in una grande sacca (nota come Kessel, "calderone", tra i soldati tedeschi) che la propaganda nazista esaltò quale Festung Stalingrad, la "fortezza Stalingrado". All'interno della sacca, che misurava circa 160 km di circonferenza, le truppe tedesche organizzarono una precaria difesa in tutte le direzioni, contando sui rifornimenti aerei e attendendo il soccorso dall'esterno..

Il Kessel di Stalingrado

Le truppe accerchiate ammontavano a cinque corpi d'armata (XIV. Panzerkorps, IV. Armeekorps, VIII. Armeekorps, XI. Armeekorps e LI. Armeekorps), per un totale di venti divisioni (tre divisioni corazzate – 14., 16. e 24. Panzer-Division – tre divisioni motorizzate – 3., 29. e 60. – e quattordici divisioni di fanteria – 44., 71., 76., 79., 94., 100., 113., 295., 297., 305., 371., 376., 384., 389.). Nella sacca erano rimaste bloccate anche due divisioni rumene (1ª Divisione cavalleria e 20ª Divisione fanteria), un reggimento croato e alcune decine di italiani (reparti del 127° e 248° autoreparto),. oltre a numerosi reparti logistici, di artiglieria pesante campale e contraerea (9. FlaK-Division del generale Wolfgang Pickert), del genio e battaglioni di pionieri d'assalto. Un totale variabile, secondo le fonti, tra i e i soldati...

La decisione di Hitler era motivata principalmente da ragioni di prestigio, dopo le ripetute assicurazioni di vittoria manifestate pubblicamente, ma anche da considerazioni di strategia. In particolare, veniva considerata di dubbia fattibilità una ritirata organizzata nel rigido clima russo da parte del gran numero di truppe e materiali accerchiati; era inoltre ritenuto indispensabile il mantenimento delle posizioni sul Volga, in vista di future operazioni ma anche per salvaguardare le comunicazioni con il raggruppamento tedesco avventuratosi nel Caucaso..

Inoltre i precedenti rifornimenti aerei delle sacche a Demjansk e Cholm nell'inverno 1941-1942, coronati da pieno successo, davano speranza di poter sostenere e rifornire per un periodo indefinito le truppe accerchiate, anche se numericamente di consistenza tripla rispetto all'esperienza di Demjansk, in attesa di un soccorso dall'esterno in cui la consueta superiorità delle Panzer-Division, opportunamente richiamate da altri fronti, avrebbe potuto nuovamente manifestarsi.. Queste concezioni non erano espresse solo da Hitler ma anche da molti esperti generali dell'OKW, dell'OKH (come si evidenzia dalle annotazioni presenti nel diario di guerra dell'alto comando). e soprattutto dallo stesso feldmaresciallo Erich von Manstein che, giunto al suo quartier generale tattico di Novočerkassk il 26 novembre, manifestò inizialmente ottimismo e supportò la decisione di Hitler di mantenere ferma la 6. Armee..

L'ottimismo di von Manstein, svanito molto presto di fronte alle oggettive difficoltà della situazione, si basava probabilmente sull'errata comprensione della reale forza delle formazioni sovietiche, delle difficoltà del ponte aereo, dei problemi posti dal terreno, dal clima e dalla difficoltà di organizzare in tempo utile la prevista controffensiva di salvataggio con le forze necessarie, ancorché promesse con generosità iniziale da Hitler..

I combattimenti dopo l'accerchiamento della 6ª Armata

Il nuovo Gruppo d'armate Don era costituito inizialmente solo dai deboli resti delle forze tedesco-rumene appartenenti a quella parte della 4. Panzerarmee sfuggita all'accerchiamento e dei comandi di retrovia travolti dall'offensiva sovietica del 19 novembre, riorganizzati in kampfgruppen improvvisati grazie all'abilità tattica del generale Walther Wenck, nominato capo di stato maggiore dei resti della 3ª Armata rumena.. Le truppe di rinforzo promesse da Hitler, quattro divisioni corazzate, una divisione da montagna, quattro divisioni di fanteria e tre divisioni campali della Luftwaffe, arrivarono con grande lentezza e, spesso, dovettero essere impiegate in parte per contenere l'ulteriore avanzata sovietica..

L'11. Panzer-Division, al comando del generale Hermann Balck e dotata di circa 70 carri armati,. I carri della divisione scesero a 58 il 10 dicembre 1942. In generale, le fonti non concordano sulle reali forze corazzate del reparto: in , si parla di 75 carri armati disponibili, scesi a 47 a metà dicembre 1942. arrivò dal settore centrale del fronte nella retrovie della linea del Čir il 6 dicembre; fu assegnata al nuovo Armeeabteilung Hollidt che, al comando del generale Karl-Adolf Hollidt, aveva assunto il controllo delle sparpagliate forze tedesco-rumene sopravvissute alla disfatta. La divisione corazzata dovette subito intervenire per fermare il nuovo attacco della 5ª Armata corazzata del generale P. L. Romanenko. Il generale Nikolaj Fëdorovič Vatutin, comandante del Fronte sudoccidentale, aveva provveduto a rinforzare questa grande unità che, il 7 dicembre, sferrò un'offensiva lungo il Čir tra Surovikino e Lisinskij con alcune divisioni di fucilieri, il 3º Corpo di cavalleria delle guardie e il 1º Corpo corazzato del generale Butkov, equipaggiato con circa 200 carri armati.. Mentre gli attacchi dei fucilieri e della cavalleria non raggiunsero risultati, i mezzi corazzati di Butkov avanzarono a sud del Čir, con l'intenzione di prendere alle spalle le difese tedesche dell'importante testa di ponte di Nižne Čirskaja.

Il mattino dell'8 i carri armati dell'11. Panzer-Division iniziarono un'abile manovra aggirante a ovest e a nord; i panzer del generale Balck sorpresero e distrussero le colonne motorizzate della fanteria sovietica e quindi arrivarono alle spalle delle brigate corazzate del 1º Corpo corazzato che, colte di sorpresa, bloccate a sud e attaccate da nord, si batterono tenacemente per tutto il giorno intorno alla Fattoria Statale n. 79.. Due brigate sovietiche furono distrutte e i superstiti dovettero ripiegare rapidamente durante la notte, abbandonando il terreno conquistato. L'11. Panzer-Division rivendicò la distruzione di 53 mezzi corazzati nemici al costo di dieci carri armati distrutti o danneggiati..