La storia del Regno d'Italia ha inizio nel 1861 con la sua proclamazione e termina nel 1946 con la nascita della Repubblica Italiana.
L'unificazione italiana (1848-1861)
Il risorgimento
Alla Rivoluzione francese e agli eventi occorsi nel contesto dell'Età napoleonica vanno attribuiti gli inizi della questione nazionale italiana e il risveglio politico che fu premessa alla sua discussione. Nel periodo della Restaurazione, le inquietudini degli intellettuali e di una certa parte della nobiltà e della borghesia non erano dirette all'impostazione di un programma di unificazione nazionale, quanto piuttosto ad una serie di istanze liberali e costituzionali. La classe dirigente italiana, che aveva attraversato l'età napoleonica e le sue riforme, era ormai piuttosto sensibile ai temi dell'organizzazione dello Stato, della selezione della pubblica amministrazione, alla codificazione della giustizia. Queste esperienze si sommavano a quelle dell'assolutismo illuminato.. Le nuove generazioni, cresciute nella sensibilità romantica e in qualche caso aderenti a società segrete, come la Carboneria, erano latrici di istanze più radicali, di stampo democratico. Tali istanze, però, erano poco circostanziate, perché provenivano da sezioni della società con scarsa disponibilità economica e quindi minore capacità di aggiornamento culturale. Tale radicalismo riusciva a penetrare la piccola e media borghesia dei centri urbani, mentre nelle campagne era assai attivo il filtro operato dal clero e dai notabili..
Il tema dell'unificazione fu esplicitamente posto da Giuseppe Mazzini (1805-1872) negli anni trenta. L'organizzazione Giovane Italia, da lui fondata, rappresentava un superamento della dimensione settaria espressa dalle precedenti organizzazioni segrete, profilandosi quasi come un partito democratico e repubblicano. L'operato di Mazzini ebbe scarso impatto sul piano numerico, ma assai forte sul piano simbolico.. Agli inizi degli anni quaranta, la prospettiva di unificazione nazionale appariva irrealistica, tanto che Cesare Balbo la giudicava, nel 1843, una "puerilità, sogno tutt'al più da scolaruzzi di retorica, da poeti dozzinali, da politici di bottega". Un obbiettivo ritenuto realistico era una confederazione o federazione di Stati. I liberali moderati avevano in genere un atteggiamento più pragmatico, teso a trovare soluzioni di compromesso con gli enti statuali ospitati dalla penisola. Essi erano peraltro assai sensibili al tema economico e prospettavano un ampliamento del mercato, analogamente a quanto accadeva con lo Zollverein tedesco.. A differenza del processo unitario tedesco, in Italia il contributo dei democratici fu assai significativo, anche se minoritario negli esiti. Le azioni di parte democratica furono anzi spesso di tale portata che in molti casi "obbligarono il recalcitrante Stato piemontese a spingersi ben oltre le proprie reali intenzioni". Il processo unitario italiano va dunque letto come la somma di istanze in parte inconciliabili, quelle del "partito dell'ordine" e quelle del "partito d'azione"..
L'elezione al soglio pontificio di Pio IX, con le sue riforme, consentì la circolazione di istanze patriottiche e liberali anche nelle campagne e fra il clero, ma la frammentazione della società italiana confinò la questione nazionale ai centri urbani e ai ceti colti..
Una base di consenso tra i diversi fronti politici italiani si fondava su due elementi: il superamento dell'assolutismo e l'indipendenza dallo straniero. Determinante fu lo scoppio di un'insurrezione anti-austriaca a Milano (le Cinque giornate, 18-22 marzo 1848), con l'intervento del re sabaudo Carlo Alberto. La guerra contro l'Austria (Prima guerra d'indipendenza italiana), che vide per breve tempo la partecipazione dello Stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie, mise allo scoperto la fragilità del fronte moderato e neoguelfo. Carlo Alberto fu sconfitto nella battaglia di Custoza e poi nella battaglia di Novara, e dovette abdicare in favore di Vittorio Emanuele II.. Di fronte a questi fallimenti, Mazzini rientrò dall'esilio e contribuì alla formazione dell'effimera Repubblica Romana, che pure ebbe alto valore simbolico, come anche la vigorosa resistenza della neo-costituita Repubblica di San Marco. Il nuovo re decise comunque di mantenere il regime costituzionale. La libertà di stampa e di opinione garantita dal Regno fece sì che a Torino confluissero molti patrioti perseguitati dopo il '48. Il Piemonte, prima con Massimo D'Azeglio, poi con Camillo Benso, conte di Cavour, si affermò come l'unico Stato italiano capace di contrastare la dominazione austriaca, nonché esempio di progresso economico e civile.. Come nota Rosario Romeo, la politica cavouriana riuscì ad avvicinare anche "quei ceti della minore borghesia di piccoli proprietari e imprenditori, di fittavoli, mezzadri e professionisti, che finora erano rimasti diffidenti e ostili davanti all'aristocratico progressismo dei moderati".Citato in .
Inizialmente, Cavour era orientato a nient'altro che l'espansione del Regno di Sardegna nel settentrione. Pur se rappresentante, nello schema storiografico, della ragion di stato, in opposizione agli ideali democratici e popolari di Mazzini, in realtà Cavour seppe leggere con duttilità il dipanarsi degli eventi, non esitando ad intervenire fattivamente quando si trattò di invadere il Regno di Napoli. Cavour e Mazzini, pur se inconciliabili sul piano ideologico, furono entrambi determinanti nel promuovere il processo unitario.. Un passaggio fondamentale fu la partecipazione del Regno di Sardegna alla Guerra di Crimea: Cavour ottenne di porre all'attenzione del consesso internazionale la questione nazionale italiana (Congresso di Parigi del 1856).. A Parigi, Cavour poté registrare la benevolenza o almeno la tollerenza con cui Regno Unito e Francia guardavano ai liberali italiani, nonché l'ostilità verso i Borbone di Napoli e il loro Regno delle Due Sicilie, percepito come retrogrado, in particolare da William Gladstone, e indicato da Cavour come causa diretta di instabilità e dei pericoli rivoluzionari..
Dopo l'attentato di Felice Orsini (14 gennaio 1858), Cavour riuscì anche ad ottenere l'appoggio di Napoleone III in una eventuale guerra dichiarata dall'Austria. Il 20 luglio 1858, Cavour e Napoleone III si incontrarono segretamente a Plombières e stilarono i termini di una soluzione della questione italiana; tali "accordi di Plombières" prevedevano la creazione di tre regni, uno al settentrione, comprendente Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia e Romagna, sotto i Savoia; un regno dell'Italia centrale da affidare ad un principe francese (Gerolamo Napoleone, nelle speranze dell'imperatore francese); un regno meridionale, che Napoleone avrebbe volentieri affidato ad un figlio di Joachim Murat.. Una manovra diplomatico-militare (con l'ultimatum austriaco del 23 aprile 1859) consentì a Cavour di scatenare la Seconda guerra d'indipendenza italiana. I franco-piemontesi vinsero la battaglia di Magenta e già l'Italia centrale, dalla Toscana all'Umbria, si era sollevata, spingendo Napoleone III a firmare l'armistizio di Villafranca. Solo la Lombardia fu ceduta al Regno di Sardegna e Cavour si dimise.
Con il ritiro unilaterale di Napoleone III, la Toscana, Parma e Modena dovevano riaccogliere le autorità legittime di cui si erano liberate. I governi provvisori dell'Italia centrale, che avevano nel frattempo organizzato un proprio esercito, comandato da Giuseppe Garibaldi e Manfredo Fanti, vennero però spinti da Bettino Ricasoli e chiedere l'annessione al Piemonte. Napoleone III non era in grado di intervenire. Gran Bretagna e Prussia vedevano di buon occhio il formarsi di uno Stato italiano capace di sottrarsi all'influenza francese. Nel marzo 1860, Cavour tornò al governo, su pressioni britanniche e francesi, e contro il desiderio di Vittorio Emanuele. Si prospettò la soluzione dei plebisciti risorgimentali in Toscana ed Emilia, di cui Napoleone III accettò l'esito; alla Francia furono cedute, anche qui con lo strumento del plebiscito, Nizza e Savoia...
Dopo Villafranca, gli agitatori mazziniani concentrarono la propria azione al sud, soprattutto attraverso l'operato di Rosolino Pilo e Francesco Crispi. Dopo la rivolta di Palermo dell'aprile 1860 ("Rivolta della Gancia"), il Partito d'Azione convinse Garibaldi a condurre un esercito di un migliaio di volontari in Sicilia.. L'iniziativa democratica ebbe dunque un'ulteriore importante affermazione: tra il 5 e il 6 marzo 1860, partì da Quarto (Genova), la cosiddetta Spedizione dei Mille, alla volta della Sicilia. Garibaldi, a capo della spedizione, sbarcò a Marsala, assunse la dittatura dell'isola in nome di Vittorio Emanuele, sconfisse in più scontri l'Esercito delle Due Sicilie, passò lo Stretto di Messina e ai primi di settembre era già alle porte di Napoli, capitale del regno borbonico..
La Spedizione dei Mille ottenne la "segreta benevolenza" di Vittorio Emanuele, ma tutta l'ostilità di Cavour e dei moderati. La fulminante iniziativa di marca democratica rischiava di ipotecare l'esito costituzionale del regno a venire e Roma, la cui conquista era ritenuta dai democratici obbiettivo di immediata importanza, poteva diventare motivo per un incidente internazionale. Cavour era peraltro contrario ad un'unificazione completa in tempi stretti: egli avrebbe preferito, almeno per un certo tempo, una soluzione che vedesse i Savoia al nord e i Borbone al sud, in modo da consolidare quanto ottenuto ed evitare eventuali contrasti con le maggiori potenze europee. Giuseppe La Farina, spedito al sud per contrastare i piani democratici, giunse ad organizzare un moto di marca moderata a Napoli prima dell'arrivo dei garibaldini, moto che però fallì.
Le paure di Cavour non erano ingiustificate. Se i democratici avessero conquistato Roma, avrebbero imposto la linea unitaria contro quella annessionista di marca piemontese. Non solo: essi avrebbero anche potuto – in ciò anche incontrando il desiderio di Mazzini – convocare un'assemblea costituente e imprimere all'unificazione un carattere repubblicano e federalistico. I radicali, però, non colsero l'opportunità, decidendo di non appoggiare la rivolta sociale in Sicilia. La spedizione garibaldina, al suo passaggio, era interpretata dai contadini siciliani come occasione di sovvertimento degli ordinamenti tradizionali e aveva infatti sollevato in tutta la Sicilia moti di violenza e di acquisizione delle terre, nelle forme tipiche della rivolta agraria. I radicali settentrionali, però, erano latori di un discorso essenzialmente politico, estraneo a quelle istanze sociali.. Pur mettendo in campo misure di alleggerimento fiscale per i più poveri, contrastarono fermamente ogni episodio di jacquerie e appoggiarono notabili, borghesi liberali e aristocratici (in tal senso, i fatti di Bronte sono l'esempio più noto di repressione contadina da parte dei garibaldini)..
Il timore che la Francia o l'Austria potessero intervenire per proteggere papa Pio IX e così vanificare quanto già fatto per l'unificazione spinse Cavour ad intervenire. Con il benestare francese, l'esercito piemontese occupò Marche e Umbria. Quando Garibaldi ottenne la sua più grande vittoria (battaglia del Volturno) ai primi di ottobre del 1860, le forze sabaude intervennero nel Regno delle Due Sicilie, mentre Cavour faceva approvare una legge per annettere i nuovi territori. I democratici dovettero rinunciare alla marcia su Roma ed accettare gli immediati plebisciti del 21 ottobre (vedi Plebiscito delle province siciliane del 1860 e Plebiscito delle province napoletane del 1860). Opporsi ai plebisciti avrebbe a quel punto significato per i radicali opporsi all'unificazione. Garibaldi dovette accettare la sconfitta politica: dopo l'incontro di Teano (26 ottobre), si ritirò nei terreni che aveva acquistato nel 1855 a Caprera, isola nel nord della Sardegna. Il 4 novembre furono annesse tramite plebiscito Marche e Umbria.