Prozio dell'omonimo meridionalista, fu sostenitore della Repubblica Napoletana del 1799, magistrato durante il decennio francese e primo ministro del Regno delle Due Sicilie. Con una lunga carriera nelle pubbliche istituzioni, fu tra le personalità politiche più in vista del Meridione preunitario tra inizi e metà Ottocento ma anche tra le più discusse, criticato sia dai reazionari fedeli alla dinastia borbonica sia dai rivoluzionari liberali.

C'è chi lo considera un trasformista che approfittò dei cambiamenti politici per mantenere il proprio status ed il principale artefice della fine del Regno delle Due Sicilie ma anche chi lo considera un uomo ingegnoso e pragmatico che tentò di andare incontro alle richieste di tutte le frange politiche, fedeli e avverse alla corona, oltre a cercare di mantenere in vita le conquiste civili e ideologiche del suo tempo.

Biografia Inizi e Repubblica Napoletana Nato in una famiglia di estrazione borghese, da Cherubino ed Emanuela Pessolano, era secondogenito di quattro figli; suo fratello minore Anselmo, carbonaro, era nonno del Giustino meridionalista. Dopo i primi insegnamenti ricevuti da suo zio Pasquale, dottore in utroque iure, all'età di 17 anni si trasferì a Napoli, ove si laureò in giurisprudenza, interessandosi anche alle materie scientifiche e filosofiche. Appassionatosi alle idee giacobine, incominciò a frequentare associazioni segrete filofrancesi. Fu allievo di Carlo Lauberg e del compaesano Michele Granata e conobbe altri intellettuali come Mario Pagano, Gennaro Serra di Cassano, Ettore Carafa, Emanuele De Deo e Ignazio Ciaia.

In seguito insegnò, anche se per un breve periodo, matematica alla scuola militare della Nunziatella,Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio, Volume 1, Laterza, 1978, p.44 prendendo il posto del suo mentore Granata. Con la conquista del Regno di Napoli da parte dei francesi, Fortunato aderì alla Repubblica Napoletana, ottenendo dal neogoverno l'incarico di giudice di pace. Con l'arrivo dell'armata di Fabrizio Ruffo, scese in campo, nella V legione della Guardia Nazionale, contro le truppe sanfediste, scontrandosi sul Ponte della Maddalena.

Dopo la vittoria dei sanfedisti e la conseguente restaurazione borbonica, numerosi repubblicani furono condannati a morte mentre Fortunato fu arrestato e incarcerato nel Castel Sant'Elmo, ma con l'aiuto del patriota Vincenzo Parisi (parente del generale Giuseppe), riuscì a evadere e si nascose nella sua abitazione di Moliterno.Tommaso Pedio, Uomini aspirazioni e contrasti nella Basilicata del 1799, F. lli Montemurro, 1961, p.206 L'anno precedente, Fortunato aveva sposato la nipote del generale Parisi, Raffaella, dalla quale ebbe tre figli: due maschi (morti prematuramente) e una femmina di nome Giulia. Grazie alla pace di Firenze siglata tra i governi francese e borbonico, che prevedeva la grazia per i prigionieri e i ricercati giacobini, rientrò a Napoli esercitando la professione di avvocato e riprese a curare gli interessi familiari nelle tenute del Vulture.

Periodo napoleonico

Agli albori del decennio francese, fu convocato dal nuovo sovrano Giuseppe Bonaparte in veste di impiegato del ministero di polizia (1806), passando poi al ruolo di capo divisione presso il ministero di grazia e giustizia e di intendente della provincia di Napoli (1807). Con l'ascesa al trono di Gioacchino Murat, ricevette incarichi di magistratura: nel 1808, entrò nella Gran Corte Criminale come procuratore regio, in seguito fu nominato procuratore generale e nel 1809 divenne relatore al Consiglio di Stato. Accanto all'attività giudiziaria, si dedicò agli studi classici, alla composizione poetica e si impegnò nello sviluppo culturale nel regno.

Assieme a Vincenzo Cuoco e Pietro Napoli-Signorelli, Fortunato ebbe un ruolo di primo piano nella rinascita dell'Accademia Pontaniana,Atti della Accademia pontaniana. Napoli : Tramater, 1854 (on-line) nel 1808, riunendo nella sua residenza napoletana personalità come Vincenzo Monti, Melchiorre Delfico, Giambattista Gagliardi, Teodoro Monticelli, Davide Winspeare, Michele Tenore e Andrea Mustoxidi. Nella prima adunanza, tenutasi il 4 marzo dello stesso anno, Cuoco fu eletto presidente, Fortunato vicepresidente, Napoli-Signorelli segretario.Maurizio Martirano, Il senso del concreto: contributo ad una storia della cultura napoletana tra Ottocento e Novecento, Rubbettino, 2003, p.120

Il 4 maggio 1811, grazie al contributo di Fortunato, la sua natia Rionero fu elevata a comune con regio decreto.Archivio storico italiano: Volume 71, Parte 1, Leo S. Olschki, 1913, p.245 Il 25 marzo 1813, dedicò al re, durante una cerimonia, un poema in ottave da lui scritto e Murat lo decorò con l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine reale delle Due Sicilie. Nel 1814, Murat lo inviò a Firenze con la mansione di commissario nel dipartimento di polizia del generale Giuseppe Lechi e, nello stesso anno, fu nominato dal sovrano francese intendente di Chieti, in sostituzione di Carlo Ungaro, duca di Montejasi, per ripristinare l'ordine nell'Abruzzo Citra, coinvolto nei moti carbonari avvenuti in marzo. Il compito venne portato a termine e Murat, entusiasta, spedì da Pescara una lettera di elogio a Fortunato, il 9 maggio 1815:

Nel 1815 ebbe la mansione di procuratore generale presso la Corte dei Conti, mantenendo equilibrati i rapporti amministrativi tra Stato e Chiesa. Fu il suo ultimo incarico sotto il decennio francese.

Seconda restaurazione borbonica Dopo la seconda restaurazione, grazie al trattato di Casalanza, fu mantenuto nei ranghi della burocrazia da Ferdinando I, che gli conferì la nomina di consigliere soprannumerario presso la Corte dei Conti nel 1817 e avvocato generale alla Gran Corte di giustizia nel 1820, ma venne epurato per aver appoggiato in quanto murattiano i moti carbonari costituzionali dello stesso anno. Venne riassunto nuovamente nelle sfere dello Stato dall'allora primo ministro Donato Tommasi nel 1830.

Con la salita al trono di Ferdinando II, Fortunato, assieme ad altri regi consiglieri come Carlo Filangieri e Francesco Ricciardi, con il beneplacito del ministro di polizia Nicola Intonti, incitò il nuovo monarca a una politica più costituzionale, sul modello francese. Ma il sovrano, preoccupato per i moti del 1831 nell'Italia Centrale e temendo simili tumulti nel suo regno, licenziò Fortunato ed esiliò Intonti a Vienna, mentre non prese provvedimenti nei confronti di Filangieri e Ricciardi.

Fortunato fu reintegrato dal re nel 1835, il quale lo mandò a Palermo con l'incarico di direttore delle finanze. Tornato a Napoli l'anno successivo, divenne procuratore generale alla Corte dei Conti, ministro senza portafoglio (1841) e ministro delle finanze nel 1847 sotto il governo di Giuseppe Ceva Grimaldi di Pietracatella, in sostituzione di Ferdinando Ferri che si era dimesso per l'età avanzata.

Dopo la rivoluzione siciliana del 1848, per riconciliare la società siciliana alla corona, Fortunato si fece promotore di una petizione (estesa alla Sicilia e a tutto il regno) per abolire lo statuto, in cui le classi politiche e la borghesia venivano convinte dagli agenti di polizia a firmare in cambio di appalti pubblici, abolizioni di tasse, ricompense pecuniarie.Harold Acton, Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861), Giunti, 1997, p.333 L'idea di Fortunato (che suscitò la rabbia dei liberali nei suoi confronti) ebbe successo, solo una minoranza di sindaci rifiutò di firmare, subendo la destituzione dalle loro cariche e la sorveglianza della polizia.Raffaele De Cesare, La fine di un regno (Napoli e Sicilia), S. Lapi, 1900, p.12 Secondo Raffaele de Cesare, la petizione di Fortunato venne poi distrutta nel 1860 al momento dell'unità d'Italia, poiché sarebbe stata poco conciliabile con il plebiscito nazionale.Raffaele De Cesare, La fine di un regno (Napoli e Sicilia), S. Lapi, 1900, p.11 Per decreto del 9 luglio 1848, venne nominato "Pari del Regno".

Presidenza del consiglio

Dopo i governi costituzionali di Carlo Troya e di Gennaro Spinelli di Cariati, il 7 agosto 1849 Ferdinando II lo nominò primo ministro del Regno delle Due Sicilie, oltreché ministro degli esteri e delle finanze. Per via delle ribellioni del 1848, il mandato di Fortunato inaugurò una politica strettamente assolutista e fu il primo dei "governi del re", ossia governi composti soprattutto da esecutori passivi degli ordini del sovrano borbonico nell'ultimo decennio del suo regno.Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie, dal 1847 al 1861. Roma : Tipografia Salviucci, 1864, vol. II p. 201 e seg. (on-line)

Durante la sua carica fu ricoperto di onori: insignito del titolo di "marchese" il 25 settembre 1850 e decorato con alte onorificenze borboniche e straniere. Accusato, però, di remissività nei confronti del re, venne sempre più ostracizzato dai liberali come Giuseppe Ricciardi, Giacomo Racioppi, Pier Silvestro Leopardi, Luigi Settembrini e Ferdinando Petruccelli della Gattina. Tuttavia, Fortunato ebbe un ruolo fondamentale nell'assecondare il sovrano riguardo ai provvedimenti di condanna contro i liberali.Alfonso Scirocco, L'Italia del Risorgimento, Il Mulino, 1990, p.334

Come primo ministro, Fortunato, anche se succube del potere monarchico, si distinse in alcuni provvedimenti contrari al volere del sovrano e che gli guadagnarono critiche di anticlericalismo. Infatti, il clero borbonico propose al governo di poter essere svincolato dalle restrizioni e il giornale pontificio La Civiltà Cattolica chiese di non essere sottoposto alla censura preventiva; mentre il re fu favorevole, Fortunato si oppose fermamente.Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 420-421 Inoltre, vagheggiò sempre l'ordinamento napoleonico del decennio francese ma ciò gli procurò altri contrasti con i colleghi di governo e con Ferdinando II, che decise di privarlo del ministero delle finanze, lasciandogli solamente la potestà del consiglio e degli affari esteri.Gerardo Raffaele Zitarosa, Giustino Fortunato storico, Pellegrini, 1970, p.59-60

Intervenne in aiuto delle zone colpite dal terremoto del Vulture, il 14 agosto 1851, istituendo nei comuni interessati il Consiglio Edilizio ed elargendo migliaia di ducati per le ricostruzioni. La sua posizione politica fu definitivamente compromessa a causa delle lettere del politico inglese William Gladstone il quale, durante un soggiorno a Napoli, denunciò le condizioni nelle carceri napoletane come disumane, bollando il governo borbonico col famoso giudizio "negazione di Dio eretta a sistema di governo",Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 428. inviando le lettere all'allora primo ministro inglese George Hamilton Gordon, conte di Aberdeen.

Dimissioni e morte

Fortunato venne a conoscenza delle dichiarazioni di Gladstone tramite Paolo Ruffo, principe di Castelcicala e ambasciatore del Regno delle due Sicilie a Londra, informato a sua volta da Lord Aberdeen che promise di impedire la pubblicazione delle lettere in caso di ravvedimento da parte del governo napoletano. Fortunato probabilmente prese con leggerezza l'accaduto, non informò il sovrano borbonico e non rispose nemmeno all'avvertimento di Ruffo.Raffaele De Cesare, La fine di un regno (Napoli e Sicilia), S. Lapi, 1900, p.65

Dopo due mesi, Lord Aberdeen sollecitò ancora Ruffo, il quale avvertì ancora una volta Fortunato ma anche questa volta non ci fu risposta. Ferdinando II, venuto a conoscenza della vicenda, andò su tutte le furie e incolpò Ruffo di non aver fatto abbastanza per impedire la pubblicazione delle lettere.