Citato da Giorgio Vasari nelle sue Vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori con il solo soprannome, gli studiosi sono divisi sul reale nome anagrafico dell'artista veneto;Se l'ipotesi che si chiamasse Lorenzo Luzzo (o Luzzi), sostenuta da molti storici e critici (tra i quali va ricordato Lionello Venturi), si basa soprattutto sull'iscrizione 1511 Laurencius Lucius Feltr. Ping ritrovata dietro la tavola della Madonna col Bambino e i santi Stefano e Vittore (iscrizione ritenuta un falso da alcuni studiosi come Giovanni Battista Cavalcaselle), l'artista veneto viene anche riportato con il nome di Pietro Luzzo da molti altri studiosi, come lo storico feltrino Antonio Cambruzzi (Antonio Cambruzzi, Storia di Feltre, Premiata tip. sociale Panfilo Castaldi, 1875), come lo studioso francese André Chastel o lo stesso Giovanni Battista Cavalcaselle (in Storia della Pittura in Italia dal secolo II al secolo XVI, Le Monnier, Firenze 1833). Mentre lo storico lombardo Stefano Ticozzi nel suo Storia dei letterati e degli artisti del Dipartimento della Piave (p. XIII, G. Schiepatti, Milano 1833) chiama il pittore Morto da Feltre con il nome di Pietro Luci (Luzio/Luzzo è in Veneto forma dialettale per Lucio) e il sacerdote feltrino Antonio Vecellio usa l'appellativo di Pietro Lucio (Pietro Lucio o Luzzo detto il Zarotto o il Morto da Feltre, Rovereto 1862). è stata anche avanzata l'ipotesi che si tratti di due distinti pittori nati e operanti nell'area veneta nel medesimo periodo storico.Lorenzo e Pietro (Luzzo, de Luzo, Lucius), come riportato da Luigi Antonio Lanzi in Storia pittorica della Italia dal risorgimento delle belle arti fin presso al fine del XVIII (Silvestri, 1823) o da Ralph Nicholson Wornum in The Epochs of Painting: A Biographical and Critical Essay on Painting and Painters of All Times and Many Places (Chapman and Hall, 1864) che ipotizza appartenessero alla stessa famiglia. Anche studi più recenti dello storico dell'arte Sergio Claut dimostrano come dietro le opere attribuite al Morto da Feltre si nasconda in realtà la mano di due distinti pittori.Giuditta Guiotto crede che si debba tornare agli storici più vicini al pittore e considera il manoscritto di Bonifacio Pasole (1580) e di Antonio Cambruzzi (1680) a tutt'oggi i più validi. Per questi due autori feltrini lo Zarotto è Pietro Luzzo e lui sarebbe l'autore della pala di Maria con S. Vittore e S. Stefano conservata a Berlino. Bonifacio infatti era stato nominato dalla Comunità di Feltre proprio per amministrare l'altare che la custodiva. Non è credibile che, dato il suo incarico e la conseguente dimestichezza con la chiesa in questione, non si fosse mai accorto della firma "Lorenzo...". Inoltre il suo scritto lo avrebbe esposto in caso di errore alle feroci critiche dei suoi contemporanei che ancora avevano memoria storica dei fatti. È conosciuto anche con il soprannome di Zarato o Zaroto, in riferimento al luogo della sua morte o forse perché il padre, chirurgo, lavorava a Zara. È difficile prescindere dalla biografia vasariana che è circostanziata. Il Morto quindi è sicuramente esistito e dipingeva "alla romana". In tutti i secoli trascorsi nessun'altra ipotesi di identificazione in altri pittori che non siano i feltrini Pietro o Lorenzo Luzzo è stata avanzata da nessuno storico dell'arte.
Il soprannome Morto è di origine incerta sulla quale sono state fatte alcune ipotesi. Esso si può collegare al presunto temperamento malinconico del pittore, tuttavia l'ipotesi più accreditata è legata alla testimonianza di Vasari, che narra della sua abitudine di trascorrere molto tempo nei cunicoli sotterranei degli scavi antichi in cerca di "grottesche", ovvero le pitture situate in quelle che popolarmente venivano chiamate "grotte" romane come la Domus Aurea a Roma e la Villa Adriana a Tivoli.
Biografia Lorenzo Luzzo, non Pietro, nacque probabilmente a Feltre intorno al 1485, figlio di un medico chirurgo documentato a Zara dal 1475. I Luzzo, feudatari dei vescovi di Feltre fin dalla prima metà del secolo XV, abitarono a Feltre nel quartiere di S. Stefano. Alcuni documenti della fine del Quattrocento attestano la presenza della famiglia sia a Feltre che a Zara, e anche quelli riguardanti il solo L. e la sua attività di pittore, non anteriori al 1511, dimostrano che questi risiedette sia in Veneto sia in Dalmazia. Ciò sembra confermato anche dagli appellativi "de Feltro" e "zaroto" che spesso accompagnano il suo nome, nonché dalla presenza di alcune sue opere in entrambe le città.
Riguardo al suo apprendistato vi sono numerose ipotesi. Una delle più accreditate è che il Morto si accostò alla pittura grazie a Vittore Carpaccio che conobbe a Zara, dove il pittore veneto si recò per dipingere un famoso polittico . Lo seguì poi a Venezia dove svolse il proprio apprendistato. In seguito e ancora giovanissimo si recò a Roma, dove collaborò con il Pinturicchio nella decorazione dell'appartamento di papa Alessandro VI (Rodrigo Borgia) in Vaticano, ultimato nel 1494 e agli affreschi (perduti) della loggia e delle stanze da basso del mausoleo di Adriano divenuto Castel Sant'Angelo. Fu allora, spinto probabilmente dalle voci che circolavano nella bottega del Pinturicchio, che iniziò lo studio della pittura romana antica ("grottesche") scendendo nelle "grotte" romane (come la Domus Aurea). Si recò poi anche nel circondario (Tivoli) e si spinse fino a Pozzuoli per rilevare e studiare le decorazioni degli antichi manufatti romani superstiti. Da tener presente che le ville romane a Baia, oggi riscoperte e studiate da archeologi subacquei, erano ancora visibili. Sprofondarono infatti a causa del bradisismo locale nel 1538, dopo la morte di Morto. Anche Baia è citata dal Vasari nell'itinerario del pittore. Ecco le testuali parole dello storico dell'arte aretino :"Andò a Baia e a Mercato di Sabato , tutti luoghi pieni d'edifici guasti e storiati, cercando di maniera che con lunga e amorevole fatica in quella virtù crebbe infinitamente di valore e sapere" . Virtù di conoscere la pittura romana antica...
Successivamente, dopo la morte di Alessandro VI, si spostò a Firenze dove egli ebbe modo di conoscere i maggiori artisti operanti nei primi anni del Cinquecento, come Michelangelo, Leonardo e Raffaello, e dove affrescò per Agnolo Doni in occasione delle nozze con Maddalena Strozzi (1504) il talamo.Così scrisse Giorgio Vasari nella " Vita" di Morto" : " ...e similmente per Agnolo Doni in una camera molti quadri , di variate e bizzarre grottesche ". Michelangelo e Raffaello lavorarono per lo stesso Agnolo Doni. Michelangelo dipinse il "Tondo Doni" e Raffaello fece il rittratto degli sposi.
Dal 1507 al 1510 il Luzzi era a Venezia, al fianco di Giorgione, con il quale collaborò alla realizzazione degli affreschi nel Fondaco dei Tedeschi, a Rialto. Vasari infatti scrive :" Perché venutoli a noia lo stare in Fiorenza si trasferì a Venegia. E con Giorgione da Castelfranco, ch'allora lavorava al Fondaco de' tedeschi , si mise ad aiutarlo , facendo gli ornamenti di quell'opera".
Tra il '10 e il '20 egli sembra tornare a più riprese a Roma (dove guarda con interesse alla bottega e all'operato di Raffaello. L'innegabile tangenza , sia nello stile che nelle forme , tra Raffaello e Morto è dovuta piuttosto al fatto che entrambi si rifacevano allo studio della pittura romana antica. Vasari ci aiuta a capire quanto la scoperta della Domus Aurea entrò a far parte come modello nel repertorio di molti pittori scrivendo nella "Vita" di Giovanni da Udine : " Per il che andando Giovanni con Raffaello, che fu menato a vederle, restarono l'uno e l'altro stupefatti della freschezza , la bellezza e la bontà di quell'opere, parendo loro gran cosa ch'elle fussero sì lungo tempo conservate; ma non era gran fatto non essendo state tocche ne' vedute dall'aria , la quale col tempo suole consumare, mediante la varietà delle stagioni, ogni cosa. Queste grottesche adunque -che grottesche furono dette dell'essere state entro grotte ritrovate - fatte con tanto disegno , con si varii e bizzarri capricci , tramezzati di vari campi di colori, con quelle storiettine così belle e leggiadre , entrarono nel cuore e nella mente di Giovanni che datosi a quello studio , non si contentò di una sola volta o due disegnarle e ritrarle" presumibile che le "storiettine così belle e leggiadre " colpissero anche il cuore e la mente di Raffaello che si avvalse spesso di Giovanni da Udine nei suoi lavori. Inoltre altra occasione di vicinanza tra Raffaello e Morto ci fu a Firenze dove entrambi lavorarono per Agnolo Doni in occasione delle sue nozze con Maddalena Strozzi . Doni - sempre secondo Giorgio Vasari che ne parlò nella "Vita" di Raffaello Sanzio e nella "Vita" di Morto da Feltro - si avvalse di Raffaello per i ritratto suo e di sua moglie, e di Morto, per farsi decorare il talamo a grottesche. Cosa che poi Morto fece più tardi (1520), tornato a Feltre,decorando a "quadri di grottesche" il talamo di Nicolò de Mezzan . Se quelle di Firenze a casa Doni sono andate perdute nella successiva distruzione della casa di Agnolo e della moglie, a Feltre si possono fortunosamente ammirare le grottesche da lui dipinte che incorniciano scene del vecchio e nuovo testamento.- Giuditta Guiotto in Dolomiti XVII,n.3 1993 "Grottesche e putti in casa de' Mezzan di Feltre"-
Dopo alcuni lavori a Feltre, nel 1522, egli probabilmente si trasferì a Venezia. Lorenzo Luzzo ammalatosi, morì in una casa di Rialto il 14 dic. 1526 e venne sepolto nel cimitero di S. Francesco della Vigna. La notizia, data sempre da Vasari, secondo cui il pittore sarebbe morto a Zara combattendo per la Repubblica di Venezia, così come la nota cronaca che lo riguarda scritta da Bonifacio Pasole nel 1580 (in cui viene ricordato un Pietro Luzzo pittore, non Lorenzo. Attribuendo a Pietro tutto il corpus di opere attualmente dato a Lorenzo Luzzo) ha contribuito a rendere confuse le notizie sull'artista. Questo, fino a quando i documenti non hanno accertato che la reale professione del fratello di Lorenzo , Pietro, era quella del calzolaio, infatti, si è pensato a un caso di omonimia oppure ad una possibile sovrapposizione di identità tra i due.
A tal proposito ecco l'elenco degli storici più antichi, e vicini agli eventi, che parlarono del personaggio
Bonifacio Pasole (morte 1586) " Breve compendio delle cose più notabili dell'antiquissima et nobilissima città di Feltre". scrisse:" Pietro Luzzo da Feltre cognominato Zarotto...vedessi la palla in la Chiesa del Prothomartire S. Stefano sopra la piazza di Feltre"Nella visita del vescovo di Feltre Filippo Maria Campegio alla chiesa di S. Stefano in piazza Maggiore, Bonifacio Pasole fu interrogato, in qualità di responsabile eletto dal consiglio di amministrazione, a proposito dell'altare maggiore , o " Altar Grando" nel verbale della visita,e ne rispose per conoscenza diretta degli arredi. (1578 acta varia archivio vescovile di Feltre). La chiesa era dedicata a S. Stefano e la pala era dedicata al titolare. Si può da questo dato presumere che quando pochi anni dopo scrisse che l'autore era Pietro Luzzo sapeva quello che scriveva nel suo " Compendio...".
G. Bertondelli " historia della città di Feltre (1673)" scrisse di " Zaroto pitore stimatissimo detto il Morto da Feltre"
Antonio Cambruzzi (1623-1681) scrisse nel manoscritto "Historia di Feltre"conservato presso il Seminario Vescovile di Feltre :" ..volò per il mondo la di lui fama, venendo quasi da tutti chiamato col nome di Zarotto, o di Morto da Feltre, ma da pochi col proprio di Pietro Luzzi."
Carlo Ridolfi (1594-1658) scrisse ne "Le meraviglie della pittura veneziana" " Pietro Luzzo da Feltre detto Zarato ..."
Luigi Lanzi scrisse in " Storia Pittorica " (1792) che Pietro Luzzo era detto Zarotto o Zarato e Morto da Feltre.