Lassiriologia è lo studio del Vicino Oriente antico e, in particolare, di cultura, religione, storia, lingue e archeologia delle civiltà della Mesopotamia e dei popoli vicini.
Il nome deriva dal fatto che, alle sue origini (metà del XIX secolo), la disciplina si concentrò sulla civiltà assira. Con l'ampliarsi delle conoscenze sulla Mesopotamia e sul Vicino Oriente antico in generale, l'assiriologia estese i propri interessi alla civiltà babilonese e alla civiltà sumera, oltre che a varie altre popolazioni e territori, come la Persia, la Susiana, l'Armenia, l'Asia minore, in contatto con le civiltà principali.
Le molte tavolette d'argilla redatte in cuneiforme e giunteci da queste culture forniscono un'ingente risorsa per gli studi sull'epoca e sui primi insediamenti urbani.
Forme linguistiche e sistemi di scrittura
Le origini della scrittura cuneiforme rimontano alla fine del IV millennio a.C., al tempo in cui i Sumeri, un popolo linguisticamente ed etnicamente isolato, abitavano la Bassa Mesopotamia e l'area occidentale della foce dell'Eufrate, detta Caldea. Le prime tracce di scrittura cuneiforme giunte a noi sono rappresentate da pittogrammi provenienti da Uruk, la "prima città", in libri mastri e in liste di beni. I pittogrammi rappresentavano i beni ed erano accompagnati da numerali e da nomi propri. Già la resa dei nomi propri rendeva necessario l'uso del principio del rebus: in altre parole, i segni cuneiformi potevano non solo veicolare direttamente il referente (l'oggetto), tramite un pittogramma, ma anche il suono del significante; per questa strada, la scrittura cuneiforme acquisì (all'inizio del III millennio a.C..) una parziale funzione fonetica. Così, ad esempio, il pittogramma con il significato di 'mano' (in sumero, ŠU) poté in progresso di tempo significare tanto 'mano' quanto semplicemente la sillaba -ŠU- nei contesti che lo richiedevano. Ancora, nel contesto egizio, il nome del faraone Narmer poteva essere composto da due segni: nar ('pesce') + mer ('scalpello'). Va poi tenuto in conto che in sumero esistevano diverse parole omofone (che avevano cioè lo stesso suono), di modo che segni cuneiformi distinti potevano veicolare lo stesso suono. Tali segni vengono distinti dalle moderne traslitterazioni (ad esempio, ba, bà, bá, ba). Per altro verso, lo stesso segno cuneiforme poteva veicolare diversi significati correlati (ad esempio, sole, giorno, luce) e quindi diversi valori fonetici (questa caratteristica è detta "polifonia").
La scrittura dei primordi era occasionalmente usata su pietra, metallo o legno, ma progressivamente si impose l'uso di vergare tavolette d'argilla ancora morbida con un calamo (detto gi-duba). Ciò comportò il passaggio dalle linee curve dei primi segni a forme di cuneo o chiodo, risultato della pressione della punta inclinata del calamo. Fu inoltre abbandonato l'originario sistema a colonne, che prevedeva i segni incisi dall'alto verso il basso, in favore di una sequenza da sinistra a destra. Nella seconda metà del III millennio a.C., la sequenza lineare del testo prese a rappresentare più da vicino la sequenza fonica (mentre all'origine la scrittura non fu pensata per rappresentare la parola).
Già prima che questi ultimi sviluppi fossero completi, la scrittura cuneiforme sumera fu adottata dagli Accadi, una popolazione semita le cui prime tracce in Mesopotamia risalgono al Proto-Dinastico II e III (2750-2350 a.C., secondo la cronologia media), soprattutto nella Media Mesopotamia (che in futuro prenderà il nome di Akkad).. La lingua degli Accadi (detta accadico), lingua semitica orientale, non aveva alcuna relazione con il sumero. La scrittura sumera fu adattata alle esigenze accadiche: i logogrammi sumeri furono in genere mantenuti, ma pronunciati in accordo al vocabolario accadico. La polifonia venne amplificata, di modo che, ad esempio, il pittogramma che in origine rinviava al Sole poteva essere pronunciato ud, tam, tú, par, laḫ o ḫiš. Lo stesso segno poteva ritenere la pronuncia sumera e acquisire quella accadica: il segno ('terra', 'territorio', 'paese' o 'zona montagnosa') aveva diversi valori fonetici: KUR (su base sumerica) oppure mat o šad (sulla base delle parole accadiche mātu, 'territorio', e šadû, 'montagna').
La prima forma di cuneiforme semitico è detta "antico accadico", usato, ad esempio, nelle iscrizioni di Sargon il Grande. Quando poi la Dinastia amorrea di Babilonia conquistò, con il re Hammurabi, l'egemonia in Mesopotamia, si impose il cuneiforme detto "antico babilonese" (il Codice di Hammurabi è scritto in antico-babilonese). Esisté anche un cuneiforme antico assiro, registrato soprattutto nelle cosiddette "tavolette di Cappadocia" (documentazione d'archivio dei mercanti dei karu anatolici). Babilonese e assiro sono considerabili come "dialetti" dell'accadico. Entrambi hanno avuto una fase antica, una fase media, una fase nuova. La Biblioteca di Assurbanipal appartiene al periodo neo-assiro, quello imperiale.
Nell'arco del III millennio a.C., la scrittura cuneiforme fu progressivamente adottata anche al di fuori della Mesopotamia, innanzitutto in Elam (Iran sud-occidentale). Il cuneiforme adottato per scrivere la lingua elamica funse forse da modello per la creazione del cuneiforme semplificato usato per scrivere il persiano antico. Gli Hurriti dell'Alta Mesopotamia adottarono il cuneiforme antico accadico intorno al 2000 a.C., poi ereditato dagli Ittiti.
Nel II millennio a.C., il dialetto babilonese, in forme più o meno pure, divenne lingua franca internazionale del Vicino Oriente e la scrittura cuneiforme fu strumento della comunicazione diplomatica tra i vari regni. Il cuneiforme fu in qualche caso anche riadattato, come nel caso dell'alfabeto ugaritico (intorno al 1400 a.C.), che prende il nome da Ugarit, una città della costa siriana.
La scrittura cuneiforme sopravvisse al crollo dell'Impero neo-assiro (fine del VII secolo) e poi dell'Impero neo-babilonese (539 a.C.), quando già da tempo l'aramaico si era imposto come lingua franca internazionale nel Vicino Oriente. L'ultimo testo cuneiforme è datato al 75 d.C..
Enorme è la varietà dei testi esistente. Essa include liste reali, documenti legali e mercantili, testi religiosi, testi letterari canonici (come l'Epopea di Gilgamesh), iscrizioni storiche dei sovrani, missive, testi musicali o matematici, testi scientifici (raccolte di divinazioni). Vi sono anche raccolte lessicali che riflettono un interesse erudito per la linguistica comparativa, inclusa la conservazione e la conoscenza del sumero per fini religiosi e culturali. Di fatto, l'utilizzo della scrittura cuneiforme per un periodo di quasi 3000 anni si riflette sulla grande varietà della documentazione pervenuta, che risulta assai ampia, nonostante i bassi tassi di alfabetizzazione dell'epoca antica.
La scoperta delle antichità del Vicino Oriente Primi viaggi in Oriente prima del Cinquecento
Resta incerto se Greci e Romani conoscessero la scrittura cuneiforme.
Già nel Rinascimento, l'Europa manifestò interesse, oltre che per la classicità greco-latina, anche per le radici orientali della propria civiltà. Inizialmente, l'interesse fu soprattutto di tipo linguistico: significativa fu, a questo proposito, l'istituzione al Collège royal di Francesco I (odierno Collège de France) di una cattedra di ebreo e di arabo, affidata a Guillaume Postel.. In precedenza, si ha notizia di un rabbino e geografo spagnolo, Beniamino di Tudela, il quale, in un viaggio in Oriente svoltosi tra il 1165 e il 1170, visitando gli Ebrei di Mosul, fu in grado di riconoscere dei resti, situati lì nei pressi, come appartenenti all'antica Ninive. Il suo racconto, divenuto celebre in Europa, fu trasmesso inizialmente in forma manoscritta e poi a stampa nel 1543... Un viaggio simile fu svolto qualche anno dopo da un altro rabbino, Petachiah di Ratisbona, ma il suo racconto rimase confinato ad ambienti ebraici, almeno fino alla pubblicazione nel 1856..
Ci furono poi una serie di viaggiatori, passati per quelle parti, che scrissero intorno ai loro viaggi: Ibn Jubayr (1185), Marco Polo (1271-1275 ca.), Odorico da Pordenone (1322 ca.), Giovanni de' Marignolli (1352 ca.), Johann Schiltberger (1396-1427), Niccolò de' Conti (1420-1425). I loro racconti, però, così come altri di quel periodo, non offrivano in effetti descrizioni accurate del Vicino Oriente e riflettevano interessi diversi e legati ad altri posti: dominava l'interesse per la cultura classica e quella biblica (con molteplici avvistamenti della Torre di Babele), la sete di informazioni sulla Terrasanta o sull'Antico Egitto, o, ancora, propositi commerciali e missionari verso la Persia, le Indie, la Cina..
Dal Cinquecento al primo Seicento Fu verso la fine del Cinquecento che l'interesse per l'Oriente, oltre a vedere un'esplosione della relativa letteratura di viaggio, acquisì nuove prospettive. La visione tolemaica del mondo era già stata scossa dai viaggi del tardo Quattrocento (che avevano segnato la fase matura dell'"età delle esplorazioni"). Il Trattato di Tordesillas del 1494, sancendo il duopolio Portogallo-Spagna, aveva spinto altre nazioni a cercare un passaggio a est, in particolare dopo il 1530. L'Umanesimo, poi, con il suo approccio "empirista", aveva fatto sì che maggiore importanza fosse attribuita alle testimonianze di prima mano e all'accuratezza delle descrizioni di paesi lontani. L'attenzione alla preparazione del viaggio coagulò in un vero e proprio genere di istruzioni, detto ars peregrinandi, che rimarcava l'importanza di un'organizzazione tanto pratica quanto intellettuale. La letteratura di viaggio continuava comunque ad essere un genere assai apprezzato in Europa, anche solo a scopo d'intrattenimento..
Dopo il 1530, ci fu un significativo incremento della letteratura di viaggio sulla Mesopotamia. Solo nella seconda metà del Cinquecento furono scritti circa 20 resoconti, di cui 12 per mano di mercanti. Tra questi, va menzionato il resoconto del mercante veneziano Giosafat Barbaro, pubblicato a Venezia nel 1543 dai figli di Aldo Manuzio; nel suo testo, Barbaro dava conto con ammirazione di alcuni resti che vanno identificati con quelli di Persepoli..
Attraverso queste opere, il pubblico europeo ebbe a disposizione descrizioni sempre più accurate dell'itinerario verso la Mesopotamia e attraverso il paese. Alquanto imprecisi risultano i resoconti di António Tenreiro (1523, 1528) e di António Teixeira (1565), mentre quello del mercante veneziano Cesare dei Federici (1563, 1581) contribuì a definire l'itinerario standard.. Un altro mercante veneziano, Gasparo Balbi (1579-1580), descrisse accuratamente il tragitto tra Fallujah e Baghdad, dando conto di diverse rovine e città abbandonate e dichiarando di aver rintracciato le rovine di Babilonia e la Torre di Babele. Racconti simili furono redatti da due mercanti inglesi partiti insieme, Ralph Fitch (1583-1591) e John Eldred (1583-1588), e da John Newberry (1580). Un ecclesiastico, John Cartwright, sembra sia stato il primo a riferire (forse de relato) delle rovine di Kufa, mentre nel 1599 Anthony Sherley, inviato ad una missione diplomatica in Persia, fu il primo a menzionare Samarra per nome, descrivendola come una città in rovina, con solo parte delle mura ancora in piedi..
L'interesse "antiquario" dei mercanti era spesso ristretto alla leggendaria Torre di Babele, la cui collocazione infiammava i dibattiti accademici europei e che per lungo tempo fu identificata con le rovine della ziggurat di ‘Aqar Qūf (poco ad ovest di Baghdad). Esisteva comunque una categoria di viaggiatori più colti, con un genuino interesse verso le antichità vicino-orientali. Tra questi, il medico tedesco Leonhart Rauwolff (1573-1576), che descrisse diversi resti, tentando di identificarli in base a riferimenti biblici e classici. Rauwolff, ad esempio, propose l'identificazione della parte ovest di Baghdad con Seleucia e della parte est con Ctesifonte.
Fernberger, de Gouvea, Della Valle